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Documentario

Sayf entra in carcere e ascolta i detenuti: “La musica qui può diventare libertà”

Cosa può significare una canzone quando non puoi uscire dalla stanza in cui la stai ascoltando?

Parte anche da questa domanda “Il cielo in una stanza”, il nuovo documentario girato all’interno della Casa di Reclusione di Chiavari, in provincia di Genova, con la partecipazione di Sayf. Il progetto è disponibile da oggi sul canale YouTube dell’artista ed è stato scritto dal giornalista e autore Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa.

Al centro non c’è però Sayf.
Ci sono soprattutto le persone che il rapper incontra all’interno del carcere e le loro parole.

Sayf incontra i detenuti di Chiavari

L’artista entra nella struttura dopo un percorso laboratoriale portato avanti da Claudio Cabona con i detenuti.
Durante l’incontro si parla di musica e soprattutto di cosa significhi sentirsi liberi quando fisicamente non lo si è.
Sayf ascolta anche alcuni dei brani rap scritti all’interno del carcere.
Ed è proprio qui che il progetto assume un significato particolare: quelle parole possono uscire da un luogo dal quale chi le ha scritte, invece, non può uscire.

«Dai testi scritti dai ragazzi durante i laboratori sono emerse cose davvero interessanti», ha raccontato Sayf, sottolineando soprattutto il livello di introspezione trovato nei loro lavori.

Per l’artista anche i limiti diventano parte del processo creativo: avere pochi mezzi a disposizione costringe a trovare altri modi per creare.

Perché la musica in carcere conta davvero

Nel carcere di Chiavari vengono organizzati da tempo laboratori che utilizzano la musica anche come strumento educativo. Ed è questo il punto da cui parte il documentario.
Ascoltare una canzone dietro le sbarre non significa semplicemente avere qualcosa con cui passare il tempo.
La musica può offrire uno spazio nel quale raccontare quello che si è vissuto e dare una forma a pensieri che altrimenti rimarrebbero dentro.
Nel documentario questo succede attraverso il rap.

Sayf non arriva per fare un concerto ai detenuti. Si siede con loro e ascolta quello che hanno scritto.
Il rapporto, almeno per il tempo dell’incontro, cambia completamente: non c’è più soltanto un artista davanti a un pubblico.
Ci sono persone che utilizzano lo stesso linguaggio per raccontarsi.

Perché si chiama “Il cielo in una stanza”?

Il titolo porta inevitabilmente a Gino Paoli e a una delle canzoni più importanti della musica italiana.
Ma qui assume anche un significato nuovo.
L’idea di riuscire ad andare altrove pur rimanendo fisicamente dentro una stanza si lega direttamente al racconto del documentario.
Sayf aveva già anticipato la propria reinterpretazione de Il cielo in una stanza durante il Santissima Fest al Porto Antico di Genova.
La cover torna alla fine del documentario, quando il rapper interpreta il brano accompagnato dalla tromba.
È il momento che chiude il cerchio.
Perché per chi si trova dentro un carcere immaginare qualcosa oltre quelle mura può avere un significato completamente diverso.

“Il cielo in una stanza” è stato realizzato con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito delle attività dell’associazione Il Cuore di Federico.

Il documentario è disponibile sul canale YouTube di Sayf.

E forse il messaggio più interessante arriva proprio dalle persone che incontriamo al suo interno: prima di giudicare una storia dall’esterno, qualche volta vale la pena fermarsi ad ascoltarla.