Tom Cruise cambia completamente faccia per Alejandro González Iñárritu.
Il risultato è un film folle, provocatorio e visivamente enorme. Ma anche 129 minuti che, almeno per chi scrive, sono sembrati molti di più.
Sono entrata all’anteprima di Digger con aspettative altissime. Alejandro González Iñárritu alla regia, Tom Cruise protagonista, un cast che comprende Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller e Jesse Plemons.
Sulla carta c’era praticamente tutto.
Sono uscita dalla sala con una domanda molto più semplice: ma perché mi sono annoiata così tanto?
Perché Digger non è un brutto film nel senso classico del termine. Anzi. È uno di quei film dei quali riconosci continuamente la qualità mentre li guardi. Il problema è che riconoscere che qualcosa è fatto bene non significa necessariamente divertirsi a guardarlo.
Un Tom Cruise che non avevo mai visto.
Partiamo dalla cosa che funziona meglio: Tom Cruise. Dimenticate Ethan Hunt, Mission: Impossible e l’uomo che corre, salta dagli aerei e salva il mondo.
Qui Cruise interpreta Digger Rockwell, potentissimo magnate del petrolio, grottesco, egocentrico, sopra le righe e convinto di poter risolvere praticamente qualsiasi cosa.
Il paradosso è proprio questo: l’uomo che vuole presentarsi come il salvatore dell’umanità è legato al disastro che rischia di distruggerla.
Cruise si trasforma fisicamente, gioca con la propria immagine da star e soprattutto accetta di rendersi ridicolo. Probabilmente è anche questo uno degli aspetti più interessanti del film.
La fine del mondo, ma ridendo
La storia parte da una catastrofe ambientale. Una situazione provocata dall’attività petrolifera mette il pianeta davanti a conseguenze potenzialmente devastanti e Digger entra al centro della crisi. Ma aspettarsi un disaster movie sarebbe un errore.
Iñárritu costruisce piuttosto una commedia nera, assurda e volutamente esagerata, nella quale finiscono dentro crisi climatica, capitalismo, politica, ego, potere e la nostra capacità quasi incredibile di continuare a comportarci come se nulla stesse succedendo mentre il mondo va a fuoco.
Ed è proprio qui che Digger dovrebbe conquistarti.
Con me non è successo.
Il problema? Vuole dirti troppe cose Il film ha tantissime idee, forse troppe.
Ci sono momenti in cui la provocazione funziona e battute che arrivano dritte. Poi però Digger continua ad aggiungere concetti, simboli, discorsi e cambi di tono.
E dopo un po’ ho avuto la sensazione che il film non si fidasse abbastanza dello spettatore. Invece di lasciarti arrivare al significato di una scena, spesso sembra volertelo sottolineare.
“Hai capito cosa sto dicendo? Guarda che è importante.”
Sì, abbiamo capito. Ed è proprio lì che personalmente ho iniziato a perderlo. Bellissimo da guardare. Molto meno da vivere, anche se, tecnicamente, c’è poco da discutere.
Iñárritu torna a lavorare con Emmanuel Lubezki e il film è stato girato interamente in VistaVision. Ci sono inquadrature enormi, movimenti di macchina costruiti nei minimi dettagli, scenografie impressionanti e immagini che potrebbero tranquillamente diventare fotografie.
È cinema pensato per il grande schermo.
Eppure mi è successa una cosa strana: continuavo ad ammirare come fosse stato realizzato senza essere davvero coinvolta da quello che stava succedendo.
È un po’ come entrare in un museo, fermarsi davanti a un’opera e pensare: “Ok, questa cosa è sicuramente importante”.
Solo che non ti emoziona.
E poi arriva il momento in cui Digger cambia
C’è un punto del film del quale è meglio dire pochissimo. Chi lo ha già visto sa di cosa parlo.
Digger cambia e ti costringe a reinterpretare almeno in parte quello che hai visto fino a quel momento.
L’idea è interessante e sarebbe ingiusto rovinarla prima della visione.
Il problema è che proprio quando il film avrebbe dovuto riprendermi completamente, con me ha ottenuto l’effetto contrario.
Da lì in poi ho iniziato a sentire davvero la durata.
E quando in sala cominci a chiederti quanto manca alla fine, raramente è un buon segnale.
Ma forse è proprio questo il punto
La cosa curiosa è che, uscendo dal cinema, Digger continua comunque a lavorarti in testa. Ed è probabilmente il suo risultato migliore.
Non mi sono divertita particolarmente a guardarlo, ma alcune delle domande che pone sono interessanti.
Quanto siamo disposti a cambiare davvero per salvare il pianeta?
Quanto della nostra indignazione è autentico e quanto invece è semplicemente un’altra forma di rappresentazione?
E soprattutto: vogliamo davvero risolvere i problemi o vogliamo soltanto essere quelli che possono dire di averli risolti?
Da questo punto di vista Iñárritu ha qualcosa da dire. Solo che impiega parecchio tempo per dirlo.
Digger parla anche alla Gen Z?
Qui arriva forse la parte che mi interessa di più.
Siamo la generazione cresciuta sentendosi ripetere che il pianeta è in emergenza, che dobbiamo consumare meno, inquinare meno, cambiare abitudini e preoccuparci del futuro.
Nel frattempo vediamo aziende, miliardari e governi discutere delle stesse cose da anni.
Digger prova a mettere questa enorme contraddizione sullo schermo.
Ed è un tema che potrebbe parlare tantissimo alla nostra generazione.
Peccato che lo faccia attraverso un film che difficilmente immagino capace di conquistare il pubblico più giovane in massa.
Perché Digger è volutamente strano, teatrale, urlato, a volte surreale. E soprattutto richiede parecchia pazienza.
Quindi, Digger è un brutto film?
No. Ci sono un grande regista, una fotografia impressionante, idee interessanti e soprattutto un Tom Cruise che finalmente decide di distruggere l’immagine di Tom Cruise.
Ma essere interessante non significa automaticamente essere coinvolgente.
Io al cinema voglio anche sentire qualcosa. Ridermi addosso, arrabbiarmi, emozionarmi, rimanere incollato allo schermo.
Con Digger, troppo spesso, mi sono semplicemente accorta di essere seduto su una poltrona davanti a un film molto importante che mi stava spiegando quanto fosse importante.
E quando sono arrivati i titoli di coda il mio pensiero è stato molto meno intellettuale di tutto quello che avevo appena visto:finalmente.


